Parlando di data quality a colazione con Business Objects e il prof. Pasini (SDA Bocconi)

Pubblicato il 12/07/2007 da Stefano Cazzella in Business Intelligence

Ieri Business Objects ha organizzato un interessante evento/colazione sui temi del data quality in un lussuoso hotel al centro di Roma. La qualità dei dati è uno degli aspetti fondamentali nell’ambito dei sistemi di supporto decisionale: se le decisioni vengono prese in funzione delle informazioni disponibili, queste devono essere attendibili affinché le decisioni possano essere efficaci (o, in altre parole, la qualità delle decisioni dipendere anche dalla qualità dei dati su cui queste si basano).

Attirato dal tema, di provato interesse, sono rimasto piacevolmente sorpreso dall’impostazione del seminario: all’approccio prettamente tecnologico (non si è parlato, se non in minima parte, di prodotti) è stato preferito un taglio più organizzativo/gestionale con diverse riflessioni sul ruolo svolto (o che dovrebbe essere svolto) dai vertici aziendali per instaurare processi di bonifica e salvaguardia della qualità dei dati aziendali.

L’intervento di Paolo Pasini (professore di sistemi informativi della SDA Bocconi, School of Management) ha messo in luce diversi aspetti interessanti sul difficile rapporto che esiste fra “Qualità del dato e cultura manageriale”. Nonostante il valore economico attribuito alle informazioni prodotte e memorizzate nei sistemi informativi aziendali (non a caso si usa il termine patrimonio informativo aziendale o information asset), spesso non si è disposti a investire nella tutela di questo patrimonio. In un sondaggio svolto nel 2005 dal TDWI vengono indicate a parimerito come principali cause di perdita di qualità nei dati la mancanza di uniformità nella semantica delle informazioni e gli errori in fase di inserimento manuale dei dati.

Cause di perdità di qualità nei dati

Per entrambi i problemi è possibile proporre delle soluzioni tecnologiche come un sistema centralizzato di gestione dei metadati che garantisca una corretta ed aggiornata interpretazione dei dati gestiti dai sistemi informativi (primi fra tutti i sistemi di supporto decisionale) o una più attenta (ri)progettazione delle procedure di data entry dei sistemi operazionali (il cui ruolo in termini di qualità dei dati è spesso sottovalutato) che guidino l’utente nelle operazioni di inserimento dati supportandolo nella compilazione e impedendogli di inserire dati inconsistenti. Tuttavia esistono altre risposte di carattere organizzativo e gestionale che possono essere perseguite ottenendo utili risultati probabilmente in tempi più celeri e a costi più bassi. Ad esempio, come è stato fatto in alcune realtà del settore bancario e industriale, potrebbe essere istituito un incentivo economico per i dipendenti addetti alle operazioni di data entry che premi chi commette meno errori di inserimento.

I due approcci al problema sono in realtà complementari. Nella formulazione di un’efficace strategia per la bonifica e la salvaguardia della qualità dei dati dovrebbero sempre essere combinati tre fattori fondamentali: le tecnologie, i processi di lavoro (procedure aziendali) e le persone coinvolte (sia IT che business).

Ritorni (attesi) dagli investimenti in qualità dei dati

Benefici (ottenuti) dagli investimenti in qualità dei dati

La risposte fornite alle domande sul ritorno atteso e sui benefici osservati degli investimenti nella qualità dei dati aziendali mettono in luce quello che, a mio parere, è il principale ostacolo che si incontra nell’ambito del data quality: l’assenza di una valutazione in termini quantitativi dei benefici legati alla disponibilità di un patrimonio informativo aziendale affidabile. Mentre i costi sono facilmente calcolabili quantitativamente, per i risultati non è così semplice (come testimonia l’assenza di studi specifici che abbiano misurato oggettivamente tali risultati anziché basarsi sulla percezione soggettiva di manager e specialisti IT). L’assenza di un approccio quantitativo rende meno credibile (o quanto meno più aleatoria) la promessa di significativi risultati a fronte di ingenti investimenti e sopratutto impedisce di misurare il livello di successo o insuccesso dell’iniziativa privando così i manager dei propri strumenti di controllo aziendale: i numeri.

Nella realtà italiana a questo si aggiunge la cronica visione dell’IT come spesa (possibilmente da ridurre) piuttosto che come opportunità di crescita e strumento competitivo. L’università, nell’ambito della formazione delle “classi dirigenti del futuro”, sta offrendo una visione più moderna del ruolo dell’IT, ma i tempi sono lunghi. Proprio da uno studio condotto dalla Bocconi su un campione rappresentativo di aziende italiane è emerso come dieci anni fa il 60% degli IT manager fossero a staff del CFO mentre oggi il 60% riporta direttamente al CEO. Può sembrare una trasformazione organizzativa di poco conto, ma di fatto rappresenta l’emancipazione del settore IT da mero centro di costo per prendere parte attiva alle strategie di business dell’azienda.

1 commento »

  1. Commento di stefano.cazzella
    30 July 2007 @ 14:26

    Il materiale presentato durante l’evento è stato reso disponibile da Business Objects e può essere liberamente scaricato dalla sezione Eventi del loro corporate web site.

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